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Il Pianeta verde” è un film francese del ’96 che mette alla luce tutti i paradossi del mondo in cui viviamo attraverso il paragone con la società di un pianeta lontano. Affossato alla sua uscita dalla critica e dai quotidiani, il film è in realtà un significativo esempio di cinema etico.

di Fillippo Schillaci

il-pianeta-verde1Se c’è una cosa che mi piace fare è guardare lontano. Così, mentre a Copenaghen si è conclusa in chiacchiere e fumo l’ennesima sconclusionata pantomima “sul clima”, in realtà sulla ferma volontà di tutti nel tirare avanti il più possibile sulla strada del disastro, a Merate i miei gatti hanno trovato confacente ai loro fini la morbidezza del terreno in quella che voleva essere l’aiuola del grano e a Roma sono riprese le sviolinate sulla bontà dell’energia nucleare, io guardo di nuovo “Il pianeta verde”, un film di Colinne Serreau  girato nel 1996 ma di cui fino a pochi mesi fa ignoravo l’esistenza. Anche se rivedere questo film, più che guardare lontano significa guardare da lontano, tanto lontano quanto può esserlo un altro pianeta, un pianeta senza difetti tranne uno: l’essere immaginario. Dunque proviamo a guardarlo da lontano questo pianeta Terra, a guardarlo con gli occhi degli abitanti di quel pianeta che sono i protagonisti di questo racconto cinematografico. Possiamo già supporre che lo vedremo in maniera un po’ diversa da come lo si vede ogni giorno, da vicino, da troppo vicino, attraverso la televisione.

E infatti vedremo un mondo ancora immerso nel medioevo della rivoluzione industriale, ovvero “la competizione, la contabilità, la produzione in massa di oggetti inutili, le guerre, il nucleare, la distruzione della natura, le malattie senza rimedio, la preistoria insomma”, un mondo i cui abitanti per spostarsi usano ancora le automobili, quelle “scatole di ferro” ormai note solo a qualche studente di archeologia, in cui “ci si sedeva dentro e camminavano da sole. […] e c’erano milioni di morti negli incidenti”, un mondo in cui “la gerarchia è in qualunque cosa”.

“Tutti sono capi, tutti si credono superiori a qualche cosa, gli uomini si credono superiori alle donne, la gente di città a quella di campagna, gli adulti ai bambini, gli umani agli animali e alle piante”, un mondo in cui a ogni angolo di strada si incontrano “esposizioni di cadaveri” chiamate macellerie, in cui quando popoli di razze diverse si sono incontrati “i più degenerati si sono creduti superiori ed è stato un massacro” e “adesso sono i degenerati che comandano”, un mondo in cui si usa ancora la moneta, senza la quale non puoi avere nulla, nemmeno da mangiare, e chi se ne infischia se muori, un mondo infine sul quale nessuno vuole andare da almeno 200 anni, e a questo punto è facile capire perché.

Coloro che tracciano un così impietoso ritratto di tutto ciò che sui nostri libri di storia è descritto come motivo di vanto e che ricordano queste stesse cose nel loro remoto passato di 3000 anni addietro sono l’esatto contrario dello stereotipo della civiltà avanzatissima cui settanta anni di cinema di fantascienza ci hanno abituato: si spostano a piedi attraversando un paesaggio verdeggiante in cui non c’è ombra di una strada, di un qualsiasi manufatto, vestono abiti modestissimi, un po’ sbrindellati, da popolani dell’800, siedono a terra accanto a pecore e mucche, dormono in “nidi d’erba” e hanno sostituito perfino le creazioni artistiche con, per noi inconcepibili, “concerti di silenzio”.

Il film non si segnala per alti voli stilistici: la grammatica del cinema è usata con diligenza scolastica e nulla più, una scelta che si può interpretare come funzionale alla leggerezza favolistica della narrazione, frequentemente sfociante nel comico, e che in ogni caso non disturba. Si potrebbe forse giungere a dire che il film non ha bisogno di alti voli stilistici perché è sorretto da un’altezza di ben altra portata: quella etica.

Un discorso diverso vale per le splendide immagini iniziali, dove stile ed etica si uniscono e che sembrano addirittura preludere a un’opera di cinema di poesia: un succedersi, anzi fondersi, di sguardi umani e animali, e di acqua, terra, vegetazione; un modo suggestivo e poetico di dirci come tutto sia unito a tutto, tutto sia necessario a tutto, nulla domini su nulla.

Se un’obiezione può essere azzardata, si potrebbe notare che troppo spesso i protagonisti imprimono la giusta svolta alla storia ricorrendo a quelle che noi chiameremmo facoltà paranormali, il che dà alla vicenda un tocco troppo marcato di inverosimiglianza che la confina nel regno delle favole e che toglie forza al film. Si ha alla fine la sensazione che in fondo abbiamo solo scherzato, che sì, tutto ciò sarebbe bello… ma appartiene al mondo dei sogni, proprio come i poteri mentali che consentono ai protagonisti l’uso di quel “programma di sconnessione” che è il deus ex machina senza il quale nessun ostacolo verrebbe superato.

Eppure, forse anche da questo bisognerebbe assolvere la Serreau perché cosa se non un simile inverosimile potere potrebbe trasformare in una vicenda narrativa di poche settimane un mutamento che realisticamente dobbiamo immaginare di lungo periodo, coinvolgente un gran numero di generazioni? Cosa se non l’inverosimile potrebbe, ad esempio, indurre una tipica persona della società usa-e-getta dei consumi ad accorgersi improvvisamente, con incantato stupore, della meravigliosa bellezza racchiusa in una foglia di lattuga? Cosa se non l’inverosimile potrebbe deviare il mondo dal disastro e dall’idiozia?

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