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Controvento aderisce alla raccolta di firme per il Referendum contro la privatizzazione degli acquedotti pubblici

Una legge dello Stato, il cosiddetto Decreto Ronchi approvato il 19 novembre 2009, ha deciso che tutti gli acquedotti pubblici devono essere privatizzati.

Privatizzare l’acqua vuol dire in primo luogo farla costare di più per farla «rendere».

Questa prospettiva basterebbe da sola per giustificare il ricorso ad un referendum perché si entrerebbe in una logica diversa da quella che regola i beni di tutti: il nuovo possessore potrebbe venderla, cederla a chi può pagare di più.

La tendenza dell’acqua (e della sua proprietà) scorrerebbe sempre, come l’acqua del fiume, dal piccolo al grande: ad esempio, in un periodo di siccità chi potrà decidere come razionare l’acqua? Potrebbe avvenire che l’acqua disponibile non venga più ripartita tra tutti in modo equo, secondo un metodo democratico e civile, ma seguendo altri principi.
Vi sono poi altri buoni motivi, tutti estremamente pratici, che consigliano di non cedere l’acqua ai privati, ma di mantenerla gelosamente in mano pubblica:

  • Nell’intento di guadagnare, il venditore privato dell’acqua tenderà a venderne il più possibile per aumentare il fatturato e i profitti. L’idea del risparmio, di un uso cauto dell’acqua, per evitare gli sprechi eccessivi e non intaccare le scorte dei bacini sotterranei, non alterare lo scorrere dei fiumi lo stato dei laghi, sarebbe del tutto estranea agli investitori che devono rendere conto a soci e fondi d’investimento, al cosiddetto ‘mercato’ e quindi pensano di avere una ragione fortissima per vendere il massimo quantitativo di acqua disponibile.
  •  L’opportunità di conoscere con precisione la risorsa idrica (dalle fonti al sistema dei consumi) è essenziale per i cittadini, ma i gestori privati hanno  tutto l’interesse a tenere per sé alcune informazioni che potrebbero «turbare» il pubblico dei consumatori e diffonderne invece altre che spingano verso consumi innaturali (le multinazionali che si accaparreranno la gestione degli acquedotti sono le stesse che gestiscono le fonti delle acque minerali).
  • La conoscenza dei problemi e  dei costi/benefici orienta in modo assai diverso gliinvestimenti e le tariffe dell’acqua: le priorità e quindi le spese che il pubblico è disposto o ritiene di dover fare non coincidono con quelle dei padroni dell’acqua.
  • Il meccanismo decisionale che ne scaturisce può quindi essere il risultato di undibattito democratico con le conseguenti scelte equanimi, oppure l’esito di un confronto tra i soci la cui priorità non è il bene comune ma il profitto aziendale, la soddisfazione dei soci e un dividendo più solido: ragioni legittime  ma che non hanno niente a che fare con la sete delle persone e la necessità di non sprecare l’acqua, il bene più prezioso che abbiamo.

Controvento ha deciso di aderire, insieme a centinaia di associazioni, alla Campagna Referendaria per raccogliere le firme necessarie all’indizione di un Referendum per cercare di abolire questa legge.

CONTINUA SU LA PIU’ GRANDE RAPINA (PARTE IPARTE II)

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